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Riflessione per la Domenica Missionaria Pallottina PDF Stampa E-mail

RIFLESSIONE PER LA DOMENICA MISSIONARIA PALLOTTINA


Cari fratelli e sorelle:

Oggi, prima domenica del mese di Ottobre, tutta la famiglia Pallottina celebra la Domenica Missionaria Pallottina. Questa annuale celebrazione deve essere un momento forte di comunione tra noi e con tutta la Chiesa, ed una speciale opportunità per la crescita della nostra spiritualità missionaria.

Servendomi di alcuni suggerimenti della V Conferenza Generale dell'Episcopato Latino Americano e del Caribe, il cui tema è stato: «Discepoli e missionari di Cristo, affinché il nostro popolo abbia in Lui la vita», desidero condividere con Voi alcuni componenti della spiritualità missionaria, iniziando dal testo di Mt 28,16-20.


1. Discepoli e missionari come sequela di Cristo

Un semplice rilievo grammaticale del testo al v. 19 può aiutarci a comprendere meglio il passaggio e il profondo coinvolgimento della missione degli apostoli con il discepolato. Nel testo greco c'è un solo verbo al modo imperativo - «istruite - quindi fate discepole - tutte le nazioni» - e tre participi - andando, battezzando, insegnando. Si deve pertanto concludere che il cuore del versetto non è l'«andare» ma il «fare discepole tutte le nazioni». Il cuore della missione, quindi, non è andare, partire e annunciare il Vangelo, ma fare discepoli e invitare altri a fare nello stesso modo. Questa osservazione indica il primo aspetto fondamentale della proposta evangelica di vita: la sequela. Si è inviati per fare discepoli di Gesù ed, in primo luogo, noi siamo esortati a comprendere bene cosa ciò significhi, quale sia il progetto, la proposta e il programma della Sua vita, e a vivere questa scelta/chiamata alla sequela del Signore con continuità.

Per comprendere questa prima esigenza dobbiamo tornare al discorso della Montagna (Mt 5-7). Condizione essenziale per seguire Gesù è divenire poveri, umili, mansueti, misericordiosi e puri di cuore. In una parola un umile apprendista. La sequela richiede un lungo cammino, e tale cammino è reale, è una salita, la scalata di una montagna, che non è geografica ma un percorso di elevazione spirituale, di ascesa, di apprendimento e di crescita interiore.

La scuola di Gesù non riguarda una dottrina teologica o ascetica ma la vita pratica. La sequela in comunità è, per così dire un «allenamento» ad una pratica di vita per crescere nell'amore. Spiritualità qui si accorda con vita concreta, con pratica, con esercizio dei precetti del Signore, e a tale cammino si uniscono la sequela e l'apostolato.

Le tappe sono essenzialmente tre. La prima è passare dal vivere secondo un amore ordinario ad uno radicale (Mt 5, 22: non solo chi uccide ma anche chi avrà detto al fratello «pazzo», andrà nel fuoco dell'inferno). La seconda tappa è passare dall'amore ricambiato ad uno gratuito (Mt 5,38-41: non occhio per occhio e dente per dente - la reciprocità - ma porgi l'altra guancia, lasciagli il mantello, donagli il tempo ecc.). La terza tappa è passare dall'amore «tribale» o di parentela ad uno universale (Mt 5, 43-48: Gesù chiede l'amore ai nemici e verso tutti, senza esclusione di alcuno). Questa ultima tappa è la cima della montagna del Grande Comandamento, da cui Gesù invia i suoi discepoli a tutti i poveri.

 

2. L'invio missionario

Siamo quindi arrivati sulla cima della montagna, che non è la conclusione del cammino. Nel cap. 8 l'evangelista Matteo presenta Gesù che discende dal monte e incontra il povero lebbroso e il povero centurione. Anche JHWH nel libro dell'Esodo, mosso a compassione del suo popolo oppresso, è disceso dal cielo. Questa è la missione di un Dio che si «autoinvia», è l'amore che non si contiene e che non è solamente contemplazione estatica. Nel vangelo di Luca vi è una discesa emblematica che illumina la seconda proposta essenziale della vita evangelica: l'invio missionario. Questa discesa è quella da Gerusalemme a Gerico (cfr. Lc 10, 25-37) in cui protagonista è un uomo rapinato, ferito, spogliato e lasciato quasi morto al bordo della strada (tutti noi siamo sempre «in cammino», caratteristica continua dell'esperienza cristiana). La parabola narrata da Gesù è di una finezza indescrivibile. Parte della domanda del dottore della legge: «E chi è il mio prossimo?» e si conclude con un'altra domanda: «Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». La missione è essenzialmente un «farsi prossimo» verso gli altri - ed un imparare a «farsi prossimo» - ossia verso i poveri, le vittime della società e i suoi caduti. Il sacerdote e il levita non lo fanno per obbedire ad una legge sacra che li obbligava a non toccare cadaveri, se volevano conservare la purità cultuale (cfr, Num 19, 11-13; il testo dell'evangelista Luca dice che l'uomo era «quasi morto»: lo era o non lo era? I due prudentemente non vollero rischiare). Essere puro era allora una condizione per celebrare il culto del Signore. In quel caso «dovevano sporcarsi» per amare il prossimo: un conflitto paradossale tra due comandamenti della Legge antica.

La missione altro non è che spogliarsi di tante componenti della nostra identità per avvicinarci agli altri. Le componenti sono di ordine comunitario, affettivo, culturale e cultuale, temperamentale e patrimoniale (per esempio, cfr. la vicenda del giovane ricco). Questa «kénosis» nasce dalla compassione e dalla vicinanza e non dal desiderio ascetico: ciò nel cristianesimo è fondamentale. La missione spezza il circolo dell'integrità e dell'integralismo, e invita la persona a «sporcarsi», a uscire da se stessa, dalla sua famiglia e dalla sua terra. Gesù non indietreggia davanti al dottore della legge: «Va' e anche tu fa' lo stesso!» (Lc10,37) e vivrai. È possibile amare Dio solamente amando il prossimo ma ciò è molto esigente, perché la vicinanza richiede una spogliazione totale. Ogni discepolo è tale, per essere un apostolo ossia un inviato, ed ogni apostolo è tale, solamente per fare altri discepoli. La sequela ha la sola finalità della missione e il discepolato non è fine a se stesso.

 

3. La vicinanza

La missione ci proietta in vari contesti e la pratica missionaria chiama il discepolo/apostolo a sentirsi ospite nelle case altrui. Questo processo obbedisce alle esigenze dell'inculturazione, le quali, a loro volta, riconducono al mistero dell'incarnazione. L'attività missionaria vive del mistero dell'incarnazione, morte e risurrezione di Cristo. La vicinanza all'altro non è soltanto un ministero ma anche un mistero. La vicinanza non significa identificazione. Il Vangelo non può essere contenuto e «catturato» da una sola cultura ma mantiene sempre una distanza critica per essere accolto nel dialogo come un Dono. Il dialogo è possibile tra due soggetti, e non con uno che ricopre o schiaccia l'altro. Ciò avviene con una cultura che oscura la novità del Vangelo od anche con un'evangelizzazione colonialista che cela la ricchezza della cultura locale. Il Vangelo non è di questo mondo ma siamo chiamati ad annunciarlo al mondo. Perciò è necessario che esso conservi la sua identità fondamentale e, al medesimo tempo, si incarni nel contesto culturale. La vicinanza al contesto costituisce la terza dimensione fondamentale della proposta di vita cristiana; la sfida di annunciare il Vangelo ai poveri significa non espropriarlo della sua essenza, negoziando però quanto appartiene alla cultura (concetti, simboli, riti, ecc.)

 

4. L'universalità

Quale quarto elemento caratteristico della proposta di vita secondo il Vangelo, la dimensione di vicinanza al contesto, a sua volta, deve articolarsi con la dimensione dell'universalità, conseguenza dell'amore universale. Il vangelo è una proposta, un progetto di Regno che si estende a tutti. Non è solo «incarnabile» ma trascende sempre qualunque contesto e cultura. Nel mondo globalizzato nel quale viviamo, l'universalità evangelica diviene un antidoto contro il conformismo ed una guida verso un altro mondo possibile, nel quale le differenze non sono appiattite e in cui, nel medesimo tempo, il dialogo simmetrico diventa reale. L'universalità è il culmine di tutta la spiritualità cristiana in quanto è superamento di barriere e proposta di una identità essenzialmente aperta. L'universalità per il missionario, inviato oltre frontiera, non è comunione cosmica interiore ma prassi esterna itinerante.

Per il discepolo di Gesù tutte le angosce del mondo sono le sue, tutte le gioie sono le sue gioie, tutti i sogni sono i suoi sogni. Oggi il cristiano è chiamato per vocazione, più di qualunque altra persona, ad essere universale, ossia ad essere una persona che nelle sue opzioni, le sue qualità, la sua coscienza e i suoi impegni è responsabile non solo di se stessa ma del mondo intero. Forse in un'epoca di globalizzazione, come la nostra, non è più possibile pensarci in termini parrocchiali, regionali o nazionali, perché questi sono troppo ristretti. Se ci sarà salvezza, essa sarà per tutta l'umanità; se ci sarà pace, giustizia, fraternità, vita piena per tutti, o sarà in termini planetari oppure non ci sarà. Perciò in primo luogo è necessario coltivare una mistica universale. Molte volte si ricorda ai cristiani che essi sono missionari per il battesimo ricevuto e per loro propria vocazione, ma non si ricorda con il medesimo coraggio di essere universali, «cattolici», e che sono impegnati verso il mondo intero. Senza tale caratteristica si snatura completamente l'essere missionario.

L'obiettivo del nostro itinerario missionario è «fare discepoli in tutte le nazioni». Fare discepoli è condurre gli altri a salire la montagna per divenire anch'essi apostoli. In questo senso l'evangelizzazione diventa una grande animazione vocazionale e missionaria. Si tratta di una conversione non ad una dottrina ma ad una pratica di vita, perché alla fine saremo giudicati sulla qualità della nostra vita evangelica, come afferma l'evangelista Matteo:«Ho avuto fame, sete; ero nudo e carcerato...». «Quando ti abbiamo visto, Signore, affamato, assetato, in carcere o nudo...?»

Sicuramente S. Vincenzo Pallotti ci ha lasciato l'esempio di un discepolo e di un missionario di Gesù Cristo, perché ha sperimentato la misericordia di Dio Padre ed ha dato la sua vita per i fratelli.

Preghiamo che Maria, Regina degli Apostoli, la discepola e la missionaria del Padre, ci conceda l'audacia di mettersi, come Ella, a totale disposizione nella scuola degli apostoli.


Gilberto Orsolin
, SAC

Segretario Generale del Segretariato per le Missioni